60. Quando la politica pretende di riscrivere la natura
Quando la politica pretende di riscrivere la natura:
Vangelo, antropologia cristiana e crisi delle ideologie contemporanee
(di Carlo Silvano)
Nel corso degli ultimi decenni una parte significativa della cultura politica occidentale — specialmente nelle sue espressioni progressiste e radicalmente secolarizzate — ha promosso una nuova concezione dell’uomo fondata sull’autodeterminazione assoluta dell’individuo. Aborto, eutanasia, ideologia gender, dissoluzione del matrimonio naturale, equiparazione delle unioni omosessuali alla famiglia, maternità surrogata e relativismo etico vengono spesso presentati come conquiste civili, diritti moderni o inevitabili sviluppi della libertà. Tuttavia, alla luce dei Vangeli, del Catechismo della Chiesa Cattolica e della dottrina sociale della Chiesa, emerge con chiarezza una profonda e sostanziale inconciliabilità tra tali visioni antropologiche e la fede cristiana.
Il cuore del problema non è anzitutto politico, ma teologico. Il cristianesimo proclama che l’uomo non si appartiene da solo: egli è creatura, non creatore di sé stesso. La modernità ideologica, invece, tende progressivamente a sostituire Dio con la volontà individuale. Là dove il Vangelo annuncia: “Sia fatta la tua volontà”, la cultura contemporanea afferma: “Sia fatta la mia identità, il mio desiderio, la mia scelta”. È uno spostamento epocale: dalla verità ricevuta alla verità costruita soggettivamente.
L’aborto rappresenta forse il punto più evidente di questa frattura. La Chiesa insegna da sempre che la vita umana è sacra fin dal concepimento e che nessuna circostanza può giustificare l’eliminazione deliberata di un innocente. Il Catechismo definisce l’aborto “un disordine morale grave”. Eppure, molte correnti politiche contemporanee considerano l’interruzione volontaria della gravidanza un diritto fondamentale, subordinando la vita del figlio alla volontà dell’adulto. In questa prospettiva, il valore della vita non dipende più dal fatto di essere dono di Dio, ma dal riconoscimento sociale della sua “qualità”, della sua desiderabilità o della sua autonomia. È precisamente la logica denunciata da san Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae: una “cultura della morte” che trasforma il più debole in oggetto disponibile.
Analoga incompatibilità emerge sul tema dell’eutanasia. La tradizione cristiana non glorifica la sofferenza, ma insegna che la dignità umana non viene meno nella malattia, nella disabilità o nella dipendenza. Il Catechismo afferma che l’eutanasia diretta è “moralmente inaccettabile”. Cristo, nei Vangeli, non sopprime il sofferente: lo accoglie, lo cura, gli si avvicina. La croce stessa rivela che il dolore non annulla il valore della persona. La mentalità eutanasica, invece, tende a identificare la dignità con l’efficienza, l’autonomia e l’assenza di sofferenza. Così il malato rischia di sentirsi un peso, mentre la società si abitua gradualmente a considerare “compassionevole” l’eliminazione della fragilità.
Anche l’ideologia gender appare radicalmente distante dall’antropologia cristiana. Secondo la fede biblica, l’identità sessuale non è un accidente modificabile a piacimento, ma parte costitutiva della persona creata da Dio: “Maschio e femmina li creò”. La differenza sessuale non è una costruzione culturale arbitraria, ma una realtà iscritta nella natura umana e ordinata alla comunione e alla generazione della vita. La teoria gender, invece, tende a separare l’identità psicologica dal dato biologico, trasformando il corpo in materiale plasmabile dalla percezione soggettiva. In tal modo la libertà non riconosce più alcun limite ontologico. La creatura pretende di ridefinire sé stessa indipendentemente dalla propria natura.
Sul tema delle unioni civili e delle relazioni omosessuali, la posizione cattolica viene spesso caricaturizzata come discriminatoria. In realtà, la Chiesa distingue chiaramente tra il rispetto dovuto ad ogni persona e il giudizio morale sugli atti. Il Catechismo chiede che le persone con tendenze omosessuali siano accolte “con rispetto, compassione e delicatezza”, ma ribadisce che gli atti omosessuali “non possono essere approvati”. Inoltre, la dottrina cattolica considera il matrimonio come unione stabile tra uomo e donna, aperta alla vita e fondata sulla complementarità sessuale. Equiparare ogni forma di legame affettivo alla famiglia significa, per la Chiesa, dissolvere il significato antropologico e sacramentale del matrimonio stesso.
Tutto ciò spiega perché la Chiesa non possa semplicemente “aggiornarsi” alle mode culturali dominanti senza tradire la propria missione. Il Vangelo non nasce dal consenso democratico né dalle maggioranze parlamentari. Cristo non ha promesso ai suoi discepoli l’approvazione del mondo, ma spesso il contrario: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”. Il cristianesimo autentico non coincide con una piattaforma politica né con una nostalgia ideologica; tuttavia, non può neppure piegarsi a una visione dell’uomo incompatibile con la Rivelazione.
La dottrina sociale della Chiesa, infatti, si fonda su alcuni principi irrinunciabili: dignità della persona, centralità della famiglia naturale, difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, solidarietà, sussidiarietà e bene comune. Quando la politica riduce l’uomo a individuo isolato, sganciato dalla natura, dalla trascendenza e dalla responsabilità morale, essa entra inevitabilmente in tensione con l’antropologia cristiana.
Ciò non significa che ogni istanza proveniente dalla sinistra politica sia incompatibile con il cattolicesimo. La Chiesa ha spesso condiviso battaglie per la giustizia sociale, la difesa dei poveri, la tutela dei lavoratori e l’attenzione agli ultimi. La stessa dottrina sociale critica duramente il capitalismo selvaggio, l’idolatria del profitto e l’individualismo economico. Ma quando la liberazione sociale si trasforma in liberazione dalla natura umana e dalla legge morale, allora si apre una frattura profonda.
La vera questione del nostro tempo è dunque antropologica e spirituale: chi è l’uomo? Una creatura chiamata a riconoscere un ordine inscritto da Dio nella realtà oppure un individuo assoluto che può ridefinire vita, morte, corpo, famiglia e identità secondo il proprio desiderio? Da questa risposta dipende il futuro non solo della civiltà occidentale, ma della stessa pastorale ecclesiale.
Una Chiesa che smettesse di annunciare la verità sull’uomo per inseguire l’approvazione culturale diventerebbe forse più applaudita, ma cesserebbe lentamente di essere profetica. Perché il compito del cristianesimo non è confermare il mondo nelle sue mode, bensì ricordargli che la libertà senza verità finisce inevitabilmente per smarrire l’uomo stesso.
_________________________
Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sulla piattaforma de La Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano




Commenti
Posta un commento