36. Quando la giustizia diventa un paradosso: risarcimenti, responsabilità e tutela delle vittime
Quando la giustizia diventa un paradosso:
risarcimenti, responsabilità e tutela delle vittime
La vita umana è sacra e inviolabile in ogni circostanza. È un principio che definisce il livello di civiltà di uno Stato e che non può essere messo in discussione neppure nei contesti più difficili. Ma proprio perché questo valore è così alto, va difeso insieme a un altro cardine della convivenza democratica: la responsabilità personale per le proprie azioni e la tutela di chi subisce un reato.
Il tema dei risarcimenti riconosciuti ai familiari di persone decedute mentre stavano commettendo un crimine, assume un significato ancora più delicato quando a essere chiamati a pagare, sono un appartenente alle Forze dell’ordine impegnato in un controllo o un cittadino che si è trovato a difendere se stesso, la propria casa o la propria attività da un furto o da una rapina. In questi casi il cortocircuito non è solo giuridico, ma anche morale e sociale.
Da un lato c’è la necessità, sacrosanta, di accertare sempre eventuali responsabilità individuali, anche quando si tratta di chi indossa una divisa o di chi reagisce a una violenza. Lo Stato di diritto vive proprio su questo: nessuno può essere sottratto al controllo della legge. Dall’altro lato, però, non si può ignorare l’effetto che produce, nella percezione collettiva, vedere una vittima o un servitore dello Stato trasformarsi in debitore nei confronti di chi stava violando la legge.
Il dolore dei familiari di chi stava commettendo un reato merita rispetto in ogni caso, perché la perdita di una vita resta una tragedia umana. Tuttavia, il risarcimento economico non è un gesto simbolico: è un atto che ha conseguenze concrete e che veicola un messaggio preciso. Se questo messaggio diventa quello per cui chi subisce un reato o chi interviene per garantire la sicurezza pubblica può essere chiamato a rispondere economicamente della morte dell’aggressore, il rischio è quello di generare sfiducia nelle istituzioni, smarrimento nel senso di giustizia e un sentimento diffuso di solitudine tra i cittadini.
Una società equilibrata deve saper distinguere tra la doverosa verifica di eventuali eccessi o errori e la trasformazione sistematica della vittima in colpevole sul piano economico. Perché quando chi difende la legge o se stesso percepisce di non essere tutelato, si incrina il patto di fiducia che tiene insieme la comunità.
Difendere la sacralità della vita non può significare indebolire il valore della legalità né mettere sullo stesso piano chi aggredisce e chi si difende. Significa, piuttosto, costruire un sistema capace di accertare con rigore le responsabilità reali, senza produrre paradossi che finiscono per scoraggiare l’azione delle Forze dell’ordine e lasciare i cittadini con la sensazione di essere soli davanti alla violenza.
Pietà e giustizia non sono concetti in contrasto. Ma per restare entrambi credibili devono camminare insieme alla tutela delle vittime, al riconoscimento del ruolo di chi garantisce la sicurezza e al principio, fondamentale, che le scelte individuali hanno conseguenze che non possono essere scaricate su chi le ha subite. Solo così si può parlare davvero di uno Stato giusto, umano e coerente. (Carlo Silvano)
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