45. Quando il rispetto diventa il vero gioco da insegnare

 

Quando il rispetto
diventa il vero gioco
da insegnare
(di Carlo Silvano) 
 
Ci sono momenti in aula in cui una semplice conversazione si trasforma in qualcosa di più profondo. Succede quando si parla di rispetto: verso se stessi e verso gli altri. È un tema che gli adulti pensano spesso di dover spiegare ai bambini, ma a volte sono proprio loro ad aiutarci a capirlo meglio. 
Durante una lezione dedicata a questo argomento stavamo parlando di parole gentili, di ascolto e di comportamenti corretti. A un certo punto un alunno di nove anni ha alzato la mano e ha raccontato qualcosa che ha fatto riflettere tutta la classe. 
«Maestro – ha detto – io gioco in una squadra di calcio e conosco bambini della mia età che hanno smesso di giocare. Non perché non gli piacesse il calcio, ma perché soffrivano durante le partite. Dai spalti i genitori urlavano, dicevano parolacce e bestemmie. Offendevano l’arbitro, gli avversari e perfino i propri figli, magari per un passaggio sbagliato o per un fallo non visto». 
In classe è calato il silenzio. 
Dopo qualche secondo un altro bambino ha aggiunto: «Anch’io mi sento a disagio quando succede. Quando i genitori urlano e si arrabbiano per tutto, diventa difficile giocare come vorrei. In campo siamo in tanti a sentirci così». 
Parole semplici, ma molto forti. 
I bambini stavano raccontando qualcosa che spesso gli adulti non vedono o, forse, non vogliono vedere: il peso che certi comportamenti hanno su di loro. 
Lo sport, soprattutto a quell’età, dovrebbe essere prima di tutto gioco, amicizia e crescita. Dovrebbe insegnare a collaborare, a rispettare le regole, ad accettare una vittoria o una sconfitta. Ma quando dagli spalti arrivano urla, offese e parole violente, il gioco perde la sua leggerezza. 
Un bambino che scende in campo dovrebbe sentirsi libero di provare, sbagliare e migliorare. Invece, in alcune situazioni, si ritrova a giocare con la paura di sbagliare, sapendo che ogni errore può diventare motivo di rimprovero o di rabbia. 
Il rispetto passa anche dal modo in cui parliamo. Le parole hanno un peso. 
Possono incoraggiare, sostenere e dare fiducia. Ma possono anche ferire, generare tensione e trasformare un momento di sport in una fonte di disagio. 
C’è poi un altro aspetto importante: il rispetto verso se stessi. Significa ricordarsi che il proprio comportamento è un esempio, soprattutto davanti ai bambini. Gli adulti, spesso senza accorgersene, insegnano più con ciò che fanno che con ciò che dicono. 
Quella conversazione in aula ha mostrato quanto i bambini siano sensibili al clima che li circonda. Non chiedono stadi perfetti né partite senza errori. 
Chiedono semplicemente di poter giocare serenamente. 
Forse il rispetto, prima ancora di essere una regola da insegnare, è uno stile di presenza: nel modo di parlare, di reagire, di stare accanto ai più piccoli mentre crescono. 
Perché alla fine il vero risultato di una partita non è il punteggio sul campo, ma l’ambiente umano che riusciamo a costruire attorno a chi gioca. 
E il rispetto, in fondo, è il gioco più importante da imparare. 
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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul seguente collegamento: Libri di Carlo Silvano 

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